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sabato 22 agosto 2026

Woke o no Woke , non parlo di pentole

la tesi di fondo è che redistribuzione e riconoscimento non siano mai stati storicamente in competizione a somma zero, come vorrebbe una certa vulgata del "ritorno alla lotta di classe pura". Al contrario, le fasi in cui i diritti civili e le libertà sociali venivano compressi con maggiore durezza — si pensi al ventennio fascista, ma anche a fasi meno estreme come l'Italia democristiana degli anni '50 — non hanno mai coinciso con periodi di redistribuzione più efficace. Semmai l'opposto: la compressione simbolica ha spesso funzionato da alibi per l'immobilismo economico, non da sua condizione. Il revisionismo "post-woke", in questa lettura, ripete uno schema già visto: presentare l'arretramento sui diritti come prezzo necessario per riconquistare un elettorato popolare, quando in realtà quell'elettorato si allontana dalla sinistra per ragioni materiali (salari, casa, sanità) che restano irrisolte indipendentemente da quanto la sinistra parli o taccia di temi identitari. Il rischio è scambiare un sintomo (il linguaggio identitario come bersaglio polemico comodo) per la causa reale dell'erosione di consenso. La mossa di Conte si inserisce in questo schema come operazione di posizionamento tattico più che come riflessione teorica: intercettare l'elettorato cattolico-moderato costa poco in termini di coerenza interna al M5S, mentre toccare nodi economici strutturali costerebbe di più. È una scelta di minor resistenza, non una sintesi. Il limite della critica "identitaria contro sociale" (alla Lilla, per intendersi) è strutturale: tratta le libertà civili come lusso sovrastrutturale rispetto alla base materiale, quando storicamente chi ha subito la compressione delle libertà sociali (donne, minoranze sessuali, dissidenti) ha quasi sempre coinciso con chi subiva anche la compressione economica. Le due dimensioni si rinforzano, non si sostituiscono. Va detto, per completezza, che la posizione opposta ha argomenti non banali: chi sostiene la necessità di un "silenzio tattico" sui temi identitari nota che in molte democrazie occidentali la polarizzazione culturale ha effettivamente drenato consenso da coalizioni progressiste su working class, e che questo è un dato elettorale verificabile, non solo una narrazione di comodo.

lunedì 17 agosto 2026

Antonello non è di Messina è di tutti

È di tutti. Il furto al MuMe di Messina — tre tavole del Polittico di San Gregorio e la tavoletta bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà, sottratte nella notte di Ferragosto — ha riportato Antonello da Messina al centro della cronaca. Ed è tornata puntuale, nei servizi e nelle dichiarazioni istituzionali, la stessa formula: Antonello come "identità" della città, come "memoria della comunità", patrimonio da difendere in quanto *nostro*. È una lettura comprensibile in un momento di sgomento. Ma è, storicamente, quasi il contrario della verità. Antonello non è un pittore che appartiene a Messina: è un pittore che appartiene alla storia dell'arte europea *perché* è passato attraverso Messina, senza fermarsi lì. La sua rivoluzione nasce dal contatto — probabilmente mediato dalla corte aragonese di Napoli — con la pittura fiamminga di Van Eyck e van der Weyden, da cui apprende la tecnica a olio e un'attenzione quasi ottica alla luce e al dettaglio. Questa lezione nordica lui la fonde con la costruzione plastica, volumetrica, tutta italiana della figura. Il risultato lo porta a Venezia, dove rifonda la pittura di Giovanni Bellini, e attraverso Bellini arriva fino a Tiziano. Un pittore siciliano che cambia la pittura veneta non è un vanto municipale: è la dimostrazione che la sua opera vive di scambio, non di appartenenza. Vale la pena affiancargli, per contrasto e per analogia, Piero della Francesca. Piero nasce a Borgo Sansepolcro, ma nessuno storico serio lo racchiude in un'etichetta di provincia. La sua pittura è anch'essa un incrocio: la luce fiamminga, la prospettiva matematica di ascendenza albertiana ed euclidea, l'umanesimo di corte di Urbino sotto Federico da Montefeltro. Piero scrive trattati di geometria — il *De Prospectiva Pingendi*, il *De quinque corporibus regularibus* — prima ancora di essere un "pittore toscano": costruisce la dignità della figura umana come proporzione, come rapporto razionale che vale ovunque, non come tratto di un luogo.
Il Rinascimento italiano nasce proprio dalla dissoluzione del particolarismo comunale medievale in una cultura di respiro continentale: corti, mercanti, botteghe e trattati che circolano da Bruges a Napoli, da Urbino a Venezia. Chiamare Antonello "identità di Messina" o Piero "identità di Sansepolcro" significa applicare loro una categoria — il campanilismo, il tifo di curva — che il loro stesso lavoro supera e, di fatto, smentisce. Difendere quelle tavole rubate è sacrosanto: sono un patrimonio da proteggere e recuperare con ogni mezzo. Ma il modo migliore per onorarle non è arruolarle sotto una bandiera cittadina. È ricordare che la loro forza sta proprio nell'aver saputo parlare, cinque secoli fa, una lingua che nessun confine — geografico, religioso o campanilistico — è mai riuscito a contenere. Il Rinascimento è cosa seria: è universale, o non è Rinascimento. https://buttazzocarlomarino.blogspot.com/2012/03/la-di-piero-della-francesca-sansepolcro.html?m=1

domenica 2 agosto 2026

Manifesto per la Strage di Bologna — 2 agosto 1980 Alle 10:25 di quarantasei anni fa, una bomba nella sala d'aspetto di seconda classe della stazione di Bologna Centrale uccise 85 persone e ne ferì oltre 200. Non fu un incidente della storia, ma un atto politico: l'ultimo, più sanguinoso capitolo della strategia della tensione che attraversò l'Italia dal 1969 al 1980, con la firma del terrorismo neofascista e l'ombra lunga di apparati deviati dello Stato, della loggia P2, di settori dei servizi segreti. Ricordare non è un rito. È un atto di resistenza contro l'oblio organizzato — contro quarant'anni di depistaggi, di piste false costruite a tavolino, di verità processuali raggiunte a fatica contro chi aveva interesse a insabbiarle. La sentenza definitiva è arrivata solo nel 2022, con la condanna di Paolo Bellini come esecutore materiale accanto a Fioravanti e Mambro. Quarantadue anni per un nome. Questo scarto tra il fatto e la giustizia è esso stesso parte della strage: una seconda violenza, più lenta, esercitata attraverso il tempo e le istituzioni. Bologna ci consegna una lezione weberiana amara: quando lo Stato smette di detenere il monopolio legittimo della violenza — quando settori dei suoi stessi apparati diventano complici o coperture di chi la violenza la esercita clandestinamente — la legittimità dell'ordine politico si corrode dall'interno, anche se le forme democratiche sopravvivono in superficie. Non fu solo un attentato alla popolazione inerme: fu un attentato alla possibilità stessa che i cittadini potessero fidarsi delle istituzioni deputate a proteggerli. Per questo il 2 agosto non è memoria di una sola giornata, ma vigilanza permanente: contro ogni tentazione di derubricare il terrorismo di Stato a mera cronaca nera, contro ogni revisionismo che confonda vittime e carnefici, contro l'indifferenza che è la vera alleata di chi vuole che si dimentichi. 85 nomi. Nessuno dimenticato. Nessuna verità considerata definitiva finché resta un mandante senza nome.

Woke o no Woke , non parlo di pentole

la tesi di fondo è che redistribuzione e riconoscimento non siano mai stati storicamente in competizione a somma zero, come vorrebbe una cer...