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lunedì 17 agosto 2026

Antonello non è di Messina è di tutti

È di tutti. Il furto al MuMe di Messina — tre tavole del Polittico di San Gregorio e la tavoletta bifronte con la Madonna e il Cristo in pietà, sottratte nella notte di Ferragosto — ha riportato Antonello da Messina al centro della cronaca. Ed è tornata puntuale, nei servizi e nelle dichiarazioni istituzionali, la stessa formula: Antonello come "identità" della città, come "memoria della comunità", patrimonio da difendere in quanto *nostro*. È una lettura comprensibile in un momento di sgomento. Ma è, storicamente, quasi il contrario della verità. Antonello non è un pittore che appartiene a Messina: è un pittore che appartiene alla storia dell'arte europea *perché* è passato attraverso Messina, senza fermarsi lì. La sua rivoluzione nasce dal contatto — probabilmente mediato dalla corte aragonese di Napoli — con la pittura fiamminga di Van Eyck e van der Weyden, da cui apprende la tecnica a olio e un'attenzione quasi ottica alla luce e al dettaglio. Questa lezione nordica lui la fonde con la costruzione plastica, volumetrica, tutta italiana della figura. Il risultato lo porta a Venezia, dove rifonda la pittura di Giovanni Bellini, e attraverso Bellini arriva fino a Tiziano. Un pittore siciliano che cambia la pittura veneta non è un vanto municipale: è la dimostrazione che la sua opera vive di scambio, non di appartenenza. Vale la pena affiancargli, per contrasto e per analogia, Piero della Francesca. Piero nasce a Borgo Sansepolcro, ma nessuno storico serio lo racchiude in un'etichetta di provincia. La sua pittura è anch'essa un incrocio: la luce fiamminga, la prospettiva matematica di ascendenza albertiana ed euclidea, l'umanesimo di corte di Urbino sotto Federico da Montefeltro. Piero scrive trattati di geometria — il *De Prospectiva Pingendi*, il *De quinque corporibus regularibus* — prima ancora di essere un "pittore toscano": costruisce la dignità della figura umana come proporzione, come rapporto razionale che vale ovunque, non come tratto di un luogo.
Il Rinascimento italiano nasce proprio dalla dissoluzione del particolarismo comunale medievale in una cultura di respiro continentale: corti, mercanti, botteghe e trattati che circolano da Bruges a Napoli, da Urbino a Venezia. Chiamare Antonello "identità di Messina" o Piero "identità di Sansepolcro" significa applicare loro una categoria — il campanilismo, il tifo di curva — che il loro stesso lavoro supera e, di fatto, smentisce. Difendere quelle tavole rubate è sacrosanto: sono un patrimonio da proteggere e recuperare con ogni mezzo. Ma il modo migliore per onorarle non è arruolarle sotto una bandiera cittadina. È ricordare che la loro forza sta proprio nell'aver saputo parlare, cinque secoli fa, una lingua che nessun confine — geografico, religioso o campanilistico — è mai riuscito a contenere. Il Rinascimento è cosa seria: è universale, o non è Rinascimento.

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